La soluzione della mobilità sta nell’alta specialità.

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La soluzione della mobilità sta nell’alta specialità.

Il messaggio dei nostri decisori politici arriva sempre più chiaro: la sanità privata accreditata SSN smetta pure di investire del tempo a discutere se sia ammissibile, o meno, il fatto che le sarà negato il riconoscimento della mobilità attiva per le prestazioni ordinarie.

L’attuale, deciso orientamento sembra essere quello di volere estraniare il settore pubblico da una competizione sana e virtuosa (quindi sostanzialmente basata sulla qualità delle cure e dei servizi) con il privato, naturalmente più attraente per i pazienti quando soddisfi meritevoli prerogative.

Il tema al centro del dibattito riguarda aspetti sostanzialmente economici: la mobilità sanitaria interregionale è valsa 4.1 miliardi nel 2015 registrando un andamento in crescita rispetto ai 4 miliardi del 2014 e ai 3.9 miliardi del 2013. Tradotto in cifre ‘umane’, il fenomeno della mobilità interessa circa 750 milioni di persone che in un anno si spostano dalla propria regione di residenza per andare a farsi curare in un’altra. In questo contesto, l’aspetto più interessante è proprio quello della mobilità attiva verso la sanità privata accreditata: la produzione pubblica ha registrato infatti un decremento complessivo del 3% mentre la produzione del settore privato accreditato ha avuto un incremento pari all’11% (pur con differenze significative tra regione e regione).

C’è chi corre quindi ai ripari: la recentissima proposta della Conferenza delle Regioni (“Proposta di accordo per la regolazione dei flussi finanziari connessi alla mobilità degli assistiti tra le Regioni per gli anni 2014-2015”) dichiara esplicitamente che il Piano nazionale mobilità dovrà “affrontare in maniera decisa l’appropriatezza dei flussi sanitari migratori, ponendo limiti alla produzione degli erogatori privati sin dal 2017”. L’Accordo ha così previsto una “riduzione percentuale sull’incremento del valore registrato dai saldi in capo alle singole regioni” per gli anni 2014 e 2015, considerati gli aumenti registrati nel settore privato e avuto riguardo alle indicazioni normative (Legge di Stabilità, art. 1 comma 754). Si salvano da questo piano solo le prestazioni sanitarie di alta specialità che siano erogate in ambito privato o pubblico.

Dunque le cifre sono evidenti come pure gli intenti di voler mettere un freno al primato, attivo, della sanità privata in tema di mobilità. Ciò che, tuttavia, non è del tutto chiaro è: quali e quante tipologie di prestazioni cliniche possono oggi essere intese come prestazioni di alta specialità? Questo argomento, cruciale per definire le prestazioni che potranno essere ritenute eleggibili, a fini di rimborso, nell’ambito della mobilità attiva verso il settore privato, potrebbe oggigiorno – nel contesto di una scienza medica altamente evoluta e tecnologizzata in espansione – eventualmente rappresentare un’opportunità piuttosto che un limite.

In proposito, l’Accordo interregionale per la compensazione della mobilità sanitaria sembra far riferimento a generiche prestazioni di alta complessità ma il concetto così formulato presenta grandi margini d’indeterminatezza. Alla ricerca di una definizione esauriente, la prima risposta la troviamo nel Decreto Ministeriale 29 gennaio 1992, dove venivano individuate le attività assistenziali di “alta specialità”, e venivano determinati  i  requisiti  necessari  alle  strutture sanitarie  per  l’esercizio  di  tali attività. La definizione precisa elencava prestazioni e branche mediche, come ad esempio la cardiologia medico-chirurgica o i trapianti d’organo, ma non dava criteri generali e astratti per individuare – anche in un’ottica futura – cosa dovesse intendersi in concreto per prestazione di alta specialità.

Nel 1995, con l’introduzione del sistema di DRG le prestazioni assistenziali di alta specialità, erogate negli ospedali sia pubblici che privati, trovano una nuova elencazione ma ancora nessuna definizione.

Ad oggi il Ministero ha individuato 84 DRG di alta specialità, che in termini di mobilità attiva significano prestazioni totalmente rimborsabili, le cui categorie generali accompagnano spesso faticosamente tutte le prestazioni cliniche altamente complesse, erogabili ed erogate nei centri privati di eccellenza attualmente esistenti.

Il concetto dell’alta specialità nel settore medico-scientifico mostra dunque, senza riserve, tutta la sua mutevolezza lasciando eventuali spazi interpretativi favorevoli all’aumento dell’offerta di prestazioni cliniche complesse da parte del settore privato.

In questo senso, muoversi lungo un percorso d’incremento del valore e della complessità – positivamente intesa come innovazione e avanguardia – delle prestazioni, potrebbe rappresentare la soluzione al problema della mobilità attiva, di certo puntando al contenimento dei costi intrinsecamente legati alla pratica di una medicina di alta specialità, mediante un’adeguata gestione del rischio.

Pazienti, strutture, operatori sanitari e la società intera potrebbero beneficiare di questa impostazione, ma certo si tratta di un modo completamente nuovo di vedere le cose, in prospettiva. 

Il miglioramento del valore, anziché del numero, delle prestazioni erogate diventerà il futuro modello di business dell’organizzazione sanitaria e già lo è in alcune esperienze straniere. Pertanto, nonostante i freni imposti dai nostri decisori politici, è ragionevole pensare che la direzione verso cui andare continuerà ad essere quella data dal paziente, basata appunto su scelte di qualità per la propria salute.

Articolo a cura di: Fidelia Cascini, Valentina Valentini    

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